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Stenio
Cittadino leale. Termini Imerese, al tempo delle lotte tra Mario
e Silla, era in potere di Roma. Il capo della città, Stenio, avvalendosi
del suo ascendente e della sua autorità, aveva indotto i Termitani
a porsi dalla parte di Mario contro Silla. Ma prevalso Silla essi
si trovarono alla mercé del nemico. Silla, per vendicarsi, inviò
un esercito, al comando di Gneo Pompeo, per punire la città di
Termini e distruggerla. Quando le milizie furono alle porte della
città, Stenio si presentò, solo, a Pompeo e gli disse: Non punire,
o Pompeo, la mia città. Io solo sono il colpevole, perché io solo
persuasi i miei concittadini a seguire le sorti di Mario. Punisci
me solo. Pompeo, ammirando la generosa lealtà di Stenio, non solo
risparmiò ogni offesa a Termini, ma volle annoverare Stenio fra
i suoi amici. Questo episodio, raro esempio di coraggio civile,
tramandatoci da Plutarco, è uno dei più memorabili fatti che onorano
la nostra gente.
Enrico
Albanese (Palermo1834-1896)
Chirurgo, patriota, filantropo. Cospiratore dei moti del 4 aprile
1860. Seguì Garibaldi anche in prigionia. Ad Aspromonte gli curò
la ferita. Intermediario fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II.
Valoroso medico e combattente fino a Bezecca, meritò alte lodi
ed attenzioni ufficiali. Fronteggiò a Palermo, noncurante di sè,
le epidemie coleriche del 1867 e 1385. Professore di anatomia
topografica dell’Ateneo palermitano e Direttore della Clinica
chirurgica. Aprì per primo in Sicilia la lotta contro la tubercolosi.
Fondò pertanto l’Ospizio Marino, che porta il suo nome, per la
difesa della razza e per il recupero dei deformi. Fu rimpianto
dagli umili da lui beneficati e dagli eminenti uomini del suo
tempo, fra cui Giosuè Carducci.
Guglielmo Albimonte &
Francesco Salomone
Il primo palermitano e il secondo da Sutera (Caltanissetta), furono
due dei tredici Italiani, i quali, nella famosa disfida di Barletta
del 13 febbraio 1503, vinsero i Francesi, che avevano inopinatamente
vilipeso il valore della nostra gente. Essi, insieme, uccisero
il primo Francese e costrinsero gli altri alla resa tirandoli
giù da cavallo.
Michele Amari
(Palermo 1806 - Firenze 1889)
Illustre storico
arabista e uomo politico insigne. Agitò teorie, federaliste. Costrette
ad esulare, tornò, in patria. nel 1843. Di nuovo esule Parigi
compose l’opera sua più importante «Storia dei Musulmani in Sicilia».
Ritornato, in Sicilia con Garibaldi, fu ministro sotto la sua
dittatura (1860). In seguito fu deputato, senatore, ministro della
P. I. del Regno. Storico profondo e geniale e narratore efficace,
lasciò «La storia del Vespro siciliano» e altre opere minori sulla
storia dell’Isola, tra l’altro «Le epigrafi arabiche di Sicilia
trascritte, tradotte e illustrate».
Stanislao
Cannizzaro (Palermo 1826 - Roma 1910)
Sommo chimico. Terzo dopo Volta e Matteucci, ebbe dall’Associazione
Britannica la «Medaglia Copley» e la «Medaglia Lovoisier» dell’Istituto
di Francia. Patriota del 1848 a Palermo, e deputato. Dovette poi
fuggire a Marsiglia. Preparò col suo sale, la calcio-cianamite.
Scoprì la regola per la preparazione degli alcolici aromatici
(Reazione Cannizzaro). In un congresso mondiale di chimici dimostrò
- sostenendo ardite polemiche - la nessuna differenza tra chimica
organica e inorganica, nonché la determinazione dei pesi atomici.
Fece ravvedere da false teorie i chimici del suo tempo, traendone
realistiche conseguenze. «Dalla scuola di tale illustre ingegno
nacquero risultati e si formarono uomini che influirono non solo
sulla chimica italiana ma anche su quella mondiale». Tenne la
cattedra dell’Università di Palermo. Poi a Roma, ove formò il
primo laboratorio di chimica, con criteri moderni. Scrisse opere
di massima importanza sulla materia da lui trattata.
Stesicoro (Imera
638 a.C. - Catania 555 a.C.)
Suo vero nome fu Tisia, soprannominato Stesicoro, che significa
ordinatore di cori. A lui spetta la determinazione della forma
triadica della lirica corale. Poeta grandissimo, fu reputato il
secondo Omero. Dell’opera sua in 26 libri (di cui ne rimangono
pochi frammenti) si ricordano i componimenti di forma narrativa:
«Giochi funebri in onore di Pelia» «Caduta di Troia» «Ritorni»
«Elena» «Palinodia». Scrisse nel dialetto dei greci-dorici, ma
rivoluzionò il linguaggio e il contenuto della melica corale.
La statua che gli Imeresi gli eressero fu ammirata e descritta
da Cicerone: «... Stesicoro - scrisse costui - il cui nome e la
cui fama sono in così grande onore in tutta la Grecia».
Antonio
Veneziano (Monreale 1543 - Palermo 1593)
Studiò a Monreale, a Palermo, a Messina, a Roma dove dettò lezioni
di belle lettere. A Padova professò l’eloquenza. Temperamento
irrequieto. Recatosi per mare, in Ispagna con Don Carlo d’Aragona,
fu tratto prigioniero ad Algeri, per qualche anno. Le sue ingegnose
satire politiche gli procurarono l’esilio perpetuo a Pantelleria,
ma per intercessione della nobiltà ne fu richiamato. Ma poi fu
rinchiuso nelle prigioni di Castellammare a Palermo, dove perì
per lo scoppio della polveriera. Scrisse molto in latino, gareggiando
con i migliori umanisti del suo secolo; in greco, in italiano
e in siciliano. La sua fama è affidata ai suoi «proverbi», e alle
poesie in dialetto, in ispecie del suo volume «Celia».
Lionardo Vigo
(Acireale 1799 - 1879)
Fu scrittore di profonda e vasta erudizione. Ebbe alto sentimento
del valore e della grandezza della propria Isola. E, come Gioberti
per l’Italia, egli nel suo poema «Atlantide» rimasto manoscritto,
affermò il primato della Sicilia nella civiltà dell’Europa meridionale.
In tutte le sue manifestazioni egli portò l’impronta di sicilianità
e l’orgoglio della propria terra. Attribuì grande importanza allo
studio delle tradizioni e dei costumi popolari, e lasciò una copiosa
raccolta dei canti popolari tradizionali. Ardente poeta scrisse
un poema «Ruggero» nel quale s’ispirò all’indipendenza della Sicilia.
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