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La magnifica stagione milanese culmina nei successi, non meno trionfali, di Roma. Accadde un fatto assolutamente inaspettato: i Sovrani d'Italia chiamano Angelo Musco al
Quirinale. E come ci dobbiamo vestire? si chiedono, sbalorditi, i comici della Compagnia. Musco con sano senso professionale, spiega ai suoi collaboratori che non si tratta di fare sfoggio di bel vestire, bensì di offrire un saggio della propria arte di attori. Viene scelta la commedia Rondinella di Francesca
Agnetta. La compagnia si inchina ai Sovrani, poi inizia a recitare come in un normale teatro. Dei miei comici ero sicuro - annota Musco - una volta presi dall'azione scenica e investiti delle loro parti, non ebbero nemmeno un momento di distrazione e spiegarono il massimo impegno. Ma di me stesso, in verità, io non mi sentivo sicuro. L'episodio merita di essere raccolto, a distanza di tanti anni, perché testimonia la spiccata professionalità di
Musco. "Abituato a recitare nei teatri pieni di pubblico ed a sentire le continue risate o i mormorii di approvazione e gli applausi, quell'ambiente regale e quel solenne silenzio mi mettevano attorno un senso di freddo che mi avviliva e mi sgomentava. I miei occhi si posavano spesso sul volto di S. M. il Re, impenetrabile. E mi chiedevo: Si diverte, o si annoia? E' soddisfatto dello spettacolo, o s'è pentito di avermi fatto venire?... A un tratto mi colpì qualche risata sommessa che proveniva da un gruppo di dame sedute più indietro: stavo per consolarmi un poco, ma ecco che Sua Maestà si volta a guardare le dame che ridono. Allora mi scoraggiai del tutto. Càspita, pensai, non ride e non vuole nemmeno che ridano gli altri... Ma è Re e si capisce che comanda lui..." Il dubbioso stato d'animo non dirada, sino alla fine della rappresentazione, quando il cerimoniere viene a chiamare l'attore per condurlo al cospetto di Vittorio Emanuele
III.
Biografia:
Angelo Musco nacque a Catania nel 1871. Quattordicesimo figlio di un bottegaio, fu costretto a lavorare in giovanissima età. Fece, male ed insofferente, il barbiere, il calzolaio e il muratore. Manifestava già le attitudini istrioniche cantando canzonette per le strade della città. A 12 anni compì la sua prima esperienza di attore in una compagnia napoletana, tutta di siciliani, che fallì poco dopo.
Nel 1899 entrò nella compagnia di Giovanni Grasso senior, attore tragico di straordinaria efficacia. Alla fine dello spettacolo egli parodiava la tragedia interpretata da Grasso e con due piroette e pochi lazzi asciugava le lacrime, secondo le antiche tradizioni delle Atellane e dei Mimi. Riuscì a conquistare il pubblico, che immancabilmente gli gridava dal loggione:
Angilu! 'A musca. Era una canzoncina che eseguiva più che con la voce, con smorfie e gioco di gambe, sfruttando l'assonanza del titolo e del contenuto della stessa con il suo cognome.
Nacque progressivamente, però, una rivalità professionale tra i due attori, anche se non intaccò i rapporti personali. Musco si staccò da Grasso e passò alla compagnia di Marinella
Bragaglia. Nel 1914, finalmente capocomico, presentò a Napoli la Comica compagnia siciliana del Cav. Angelo
Musco.
Facevano parte della compagnia le due sorelle Anselmi, una delle quali, Rosina, divenne la sua fedelissima compagna d'arte. Per circa un anno furono tempi bui e Musco ed i suoi attori dovettero arrangiarsi per sopravvivere. Nell'aprile del 1915 decisero di giocare l'ultima carta ai Filodrammatici di Milano, dando Paraninfu di
Capuana. L'indomani, il noto critico Simoni, fornendo forse la più efficace descrizione di
Musco, scriveva sul Corriere della Sera: Egli è un comico irresistibile...
E' un comico tutto istinto, dagli occhi accesi, dalla faccia bruciata, bizzarro, indiavolato, colorito come una maschera del tempo fecondo. Due anni dopo, sull'Illustrazione italiana, ancora un lusinghiero ritratto dello stesso
Simoni, che rileva la raggiunta notorietà dell'attore nella città di Milano. Fra il 1915 e il 1917 cominciò, infatti, la sua fortuna e divenne un attore popolarissimo, molto apprezzato dalla critica al punto che i maggiori scrittori siciliani, come
Pirandello, Capuana e Martoglio, scrissero per lui. La commedia è la stoffa e l'attore è il sarto, che la taglia, la trasforma, la ricompone: questa era la teoria
dell'intrepretazione teatrale di Musco. Egli aveva un grande talento di osservatore dell'umanità, spontaneità e gioia di vivere, che riversava sul suo lavoro di attore, spingendosi a trasformare il testo dell'autore, intrecciando ad esso battute originali ed estemporanee.
Narrano gli annali che il primo film di Musco è la registrazione di San Giovanni decollato (1917-18). Seguono, dopo quattordici anni di pausa, dieci titoli, molti dei quali campioni d'incasso nei quattro anni che precedono la morte: Cinque a zero di Mario
Bonnard; Paraninfo (1934), di Amleto Palermi, con Rosina Anselmi ed Enrica
Fantis; L'eredità dello zio buon'anima (1934), di Palermi, con la Anselmi ed EWlsa De
Giorgi; Fiat voluntas dei (1935), pure di Palermi, con Nerio Bernardi e Maria Denis; L'aria del continente (1935), di Gennaro Righelli, con Leda Gloria; Re di denari (1936), di Enrico
Guazzoni, con Leda Gloria, Mario Ferrari e Nerio Bernardi; Lo smemorato (1936), di Righelli, con Paola Borboni e Franco
Coop; Pensaci, Giacomino! (1936), ancora di Righelli, con Dria Pola ed Elio
Steiner; Il feroce Saladino (di Mario Bonnard, con Rosina Anselmi ed Alida Valli; Gatta ci cova (1937), di Righelli, con Rosina
Anselmi, Elli Parvo e Silvana Jachino. Sono film che non spiccano, nel panorama certamente minore di un cinema dominato dai telefoni bianchi ed imbrigliato dalla censura di Luigi Freddi. Eppure, hanno contribuito a fissare, nella memoria di tutti noi, l'immagine vivissima del grande attore, dell'umorista colorito, del conoscitore profondo della Sicilia e della sua complessa spiritualità. Sono la testimonianza di un fenomeno che ha pochi riscontri nella storia del nostro teatro popolare: una vita d'attore che resta incisa a bulino nel ricordo e financo nella gestualità, nei tic verbali e gergali di intere generazioni. Per trovare un confronto al mito di Angelo Musco bisogna scomodare un'altra memorabile leggenda del nostro teatro fra le due guerre, quella di Ettore
Petrolini. Ancora oggi, infatti, sussurriamo Gastone... con lo stesso allusivo e birichino con cui, davanti ad un burocrate impettito e spocchioso, facciamo il gesto di intingere la penna ripetendo l'irriverente "Cavaliere,
abbagno?". Tra i suoi grandi successi teatrali, San Giovanni decollato e l'Aria del continente di
Martoglio, La Patente, Pensaci Giacomino, Il berretto a sonagli, Liolà di
Pirandello, Cavaliere Pedagna di Capuana.
Musco morì improvvisamente a Milano il 6 ottobre 1937. Quando la sua salma venne restituita a Catania, il 14 ottobre, ad attenderla alla stazione vi era una sterminata folla, presenti tutte le autorità.
Enciclopedia di Catania - Tringale Editore |